L'uomo che non giocava mai

submitted 5 hours ago by Valera223 to Gaming

Mio padre diceva che gli uomini veri non giocano d'azzardo. Gli uomini veri lavorano, sudano, portano i soldi a casa e li mettono sul tavolo della cucina. Il resto sono scuse, debolezze, modi per buttare via quello che hai faticato a guadagnare.

Io ho sempre cercato di essere un uomo vero.

Per trent'anni ho fatto il rappresentante di commercio. Sveglia alle sei, macchina, autostrade, alberghi. Contrattavo su prezzi e consegne, stringevo mani, bevevo caffè amaro nei bar delle stazioni. Non mi piaceva, ma era onesto. Mio padre, da lassù, poteva essere orgoglioso.

Poi, due anni fa, il cuore ha deciso di fermarsi.

Non del tutto. Una piccola pompa, mi hanno detto. Si sistema con i farmaci e un po' di riposo. Peccato che il riposo, nel mio mestiere, non esiste. Così ho mandato i curriculum, aspettato risposte, ricevuto solo silenzi. A cinquantatré anni sei troppo vecchio per ricominciare e troppo giovane per smettere.

Mia moglie si chiama Franca. Fa l'infermiera, turni di notte, stanchezza che non passa mai. Quando le ho detto che l'azienda non mi avrebbe rinnovato il contratto, ha annuito. «Ce la faremo,» ha detto. Poi è andata in bagno e ha chiuso la porta.

Io sono rimasto in cucina ad ascoltare l'acqua che scorreva.

I primi mesi ho cercato. Dopo ho smesso. Passavo le giornate a guardare il telefono, a spostare oggetti dal tavolo alla credenza e dalla credenza al tavolo. Franca tornava la mattina, mi trovava seduto nella stessa posizione in cui mi aveva lasciato. Non diceva niente. Forse non sapeva cosa dire.

Una notte non riuscivo a dormire.

Erano le tre. Franca era al lavoro. La casa era piena di quel silenzio che ti entra nelle ossa. Ho aperto il tablet, ho navigato senza meta. Notizie, video, pubblicità. Poi ho visto un link: casino online senza documenti, registrazione immediata, nessuna attesa.

Ho pensato: mio padre si rivolterebbe nella tomba.

Ho cliccato.

Mi sono registrato in quaranta secondi. Nome, cognome, email. Niente foto, niente patente, niente codice fiscale. Un casino online senza documenti ti prende così, senza chiederti chi sei, da dove vieni, cosa hai fatto nella vita. Ho ricaricato venti euro.

Non sapevo cosa fare. Le slot mi sembravano tutte uguali, macchinette virtuali piene di luci e suoni. Ho scelto una a caso, Mega Moolah, qualcuno diceva che regalava milioni. Io non volevo milioni. Volevo solo sentire che facevo qualcosa.

Ho giocato un'ora. Perso tutto.

La notte dopo ho ricaricato altri venti. Persi. La notte dopo ancora, persi. Mio padre aveva ragione. Il gioco era solo un modo per buttare soldi. Ma io non avevo altro da fare, e quelle notti vuote erano più lunghe della malattia.

La quarta notte è successo.

Non è stato un jackpot, niente di epico. Solo una combinazione che non avevo mai visto, una mandria di animali che si allineava sullo schermo. Il contatore è salito, piano, quasi con timidezza. Trenta, sessanta, cento. Centosettanta.

Mi sono fermato. Ho ritirato subito, centocinquanta, lasciato venti lì dentro. Il bonifico è arrivato in dieci minuti. Li ho guardati sul conto, quei numeri, e ho pensato: possibile?

Ho continuato.

Non dico che ho vinto sempre. Ho perso, vinto, riperso. Ma ho imparato. Ho capito che la fretta è nemica, che le puntate basse ti fanno durare di più, che non devi inseguire la perdita. Ho cominciato a giocare come lavoravo: con metodo, con pazienza, senza aspettarmi niente.

A maggio ho vinto quattrocentoventi euro in una notte.

Li ho usati per pagare la visita specialistica di mia suocera. Aveva un problema alla vista, niente di grave, ma le lenti nuove costavano e la pensione non bastava. Franca non mi ha chiesto da dove venivano. Ha solo detto: «Grazie». E io ho capito che sapeva.

Ad agosto ho prenotato una cena fuori.

Non succedeva da anni. Un ristorante sul mare, quello che guardavamo sempre passando in macchina. Franca si è messa il vestito blu, io la camicia bianca. Abbiamo mangiato pesce, bevuto vino bianco, parlato del più e del meno. Non abbiamo parlato dei soldi, del gioco, delle notti insonni. Solo del mare, di quando eravamo giovani, di come il tempo passa.

Sul conto ho lasciato settanta euro di mancia.

La cameriera ci ha guardato stranita. Franca ha sorriso. Io no, ma dentro sì.

Oggi gioco ancora. Non tutte le sere, non con l'ansia di prima. Apro il tablet, faccio due giri, chiudo. Mi piace la sensazione di entrare in quel mondo senza dover spiegare niente a nessuno. Un casino online senza documenti è l'unico posto dove non devo dimostrare che sono ancora capace di fare qualcosa.

Mio padre non capirebbe. Per lui la dignità era il lavoro, la fatica, il sudore. Forse aveva ragione. Ma il sudore, a una certa età, non basta più. Ci vuole anche un po' di fortuna, o almeno la speranza che esista.

Ieri Franca mi ha detto: «Da quando hai smesso di cercare lavoro, sei più tranquillo».

Non ho risposto. Forse è vero. Forse ho solo smesso di aspettare che qualcuno mi dicesse che servo ancora a qualcosa. Adesso me lo dico da solo, una piccola vincita alla volta.

Stasera piove. Franca è al lavoro, la casa è silenziosa. Accendo il tablet, apro il sito. I colori delle slot mi sembrano familiari, quasi amici. Punto un euro, perdo. Punto un altro euro, vinco due.

Chiudo tutto.

Non ho vinto niente stasera. Ma non ho perso, e forse è la stessa cosa. Il sonno arriva piano, senza farmaci. Fuori la pioggia lava la città.

Mio padre, da lassù, forse mi guarda. Forse no. Io spengo la luce e penso che, per stanotte, va bene così.